Riprogrammazione biologica (biohacking): utilità e rischi

Qual’è la vera filosofia del bio­hack­ing? La rispos­ta è sem­plice: esplo­rare i lim­i­ti del cor­po e del­la mente per miglio­rarne le prestazioni, par­tendo dal­la conoscen­za dei pro­pri mec­ca­n­is­mi interni e inter­ve­nen­do, anche rad­i­cal­mente, sulle abi­tu­di­ni quo­tid­i­ane. 

Una prat­i­ca che por­ta con sé un’idea di rot­tura, ma che al tem­po stes­so affon­da le radi­ci in tradizioni antiche, reli­giose, spir­i­tu­ali o mist­iche. Oggi rein­ter­pre­tate e con­fer­mate gra­zie alla tec­nolo­gia. Stru­men­ti mod­erni per­me­t­tono infat­ti di mis­urare ciò che un tem­po era solo intu­izione, cre­den­za o sim­bo­lo, trasfor­man­do saperi tra­man­dati in evi­den­ze sci­en­ti­fiche.

Fondamenti e strumenti del biohacking

Il bio­hack­ing seg­na una svol­ta con­cettuale che ha avu­to riper­cus­sioni anche sul mon­do impren­di­to­ri­ale. Le sue fon­da­men­ta, e di rif­lesso quelle del mon­i­tor­ag­gio e del con­dizion­a­men­to tec­no­logi­co, si basano su quat­tro ele­men­ti chi­ave: mente, movi­men­to, luce e tem­per­atu­ra.

“Le ricerche sci­en­ti­fiche più recen­ti ci per­me­t­tono di super­are vec­chi pregiudizi e di ren­dere disponi­bili a tut­ti stru­men­ti che aiu­tano a cor­reg­gere cat­tive abi­tu­di­ni”, spie­ga Ste­fano San­tori, train­er e sper­i­men­ta­tore nel cam­po. “Ci per­me­tte di osser­vare il nos­tro cor­po con atten­zione e autono­mia, com­pen­san­do la dis­con­nes­sione dai rit­mi nat­u­rali causa­ta dal nos­tro stile di vita con­tem­po­ra­neo”.

San­tori sper­i­men­ta per­sonal­mente varie tec­nolo­gie: dagli occhiali Silent Mode per l’isolamento sen­so­ri­ale, utili a miglio­rare il son­no e la fun­zione del­la ghi­an­dola pineale, all’Oura Ring, che mon­i­to­ra i rit­mi cir­ca­di­ani, fino a sen­sori sot­to­cu­tanei appli­cati al tricip­ite per con­trol­lare il flus­so san­guig­no e i liv­el­li di glu­co­sio. 

“Il bio­hack­ing opera su più liv­el­li - sot­to­lin­ea — e il peri­co­lo è uti­liz­zare questi stru­men­ti come sem­pli­ci gad­get, sen­za com­pren­derne il vero potenziale”.In realtà, i sis­te­mi di mis­urazione ci per­me­t­tono di osser­vare quo­tid­i­ana­mente l’andamento del nos­tro cor­po, restituen­do­ci una visione dinam­i­ca e conc­re­ta del suo fun­zion­a­men­to”.

Dal supporto scientifico alla visione olistica

La dis­ci­plina si fon­da su stu­di sci­en­tifi­ci sem­pre più numerosi, ma tro­va forza anche negli inves­ti­men­ti tec­no­logi­ci ded­i­cati, che sono spes­so un indi­ca­tore delle direzioni del­la ricer­ca. 

Gli ormoni e il sis­tema endocrino rive­stono un ruo­lo fon­da­men­tale, ma altret­tan­to ril­e­vante è l’anal­isi e la ristrut­turazione delle abi­tu­di­ni quo­tid­i­ane, un ambito che ha vis­to la nasci­ta di numerose appli­cazioni dig­i­tali.

Un esem­pio con­cre­to è Anto­nio De Mat­teis, inizial­mente for­ma­tore sporti­vo, che ha poi inte­gra­to il suo per­cor­so con stu­di di psi­coneu­roen­docrinoim­munolo­gia (PNEI).

“Guardare al cor­po come a un tutt’uno non è una novità”, osser­va. “Già Aris­totele e Galeno indi­ca­vano l’importanza di con­sid­er­are il cor­po nel suo insieme. Il bio­hack­ing, in sostan­za, pun­ta a rispettare i rit­mi nat­u­rali e a riallinear­si con essi. Per molto tem­po la tradizione gre­ca è sta­ta vista come riduzion­ista e quel­la ori­en­tale come olis­ti­ca; oggi, gra­zie alle tec­nolo­gie che ci per­me­t­tono di osser­vare aspet­ti pri­ma invis­i­bili, queste prospet­tive si stan­no inte­gran­do, riv­e­lando basi sci­en­ti­fiche sem­pre più con­crete.”

Rischi e derive del “crackeraggio” biologico

Sec­on­do Mick Odel­li, oggi si sta risco­pren­do il val­ore del cosid­det­to gut feel­ing, ovvero quel­la “sen­sazione di pan­cia” che riflette la fidu­cia nei seg­nali del cor­po. “Negli ulti­mi tem­pi, appro­fonden­do il tema del bio­ma, ho dovu­to rivedere molte delle mie certezze”, rac­con­ta l’influencer, che con­di­vide le sue rif­les­sioni con oltre cen­tocinquan­tami­la fol­low­er. “Met­tere in dis­cus­sione la pro­pria mente sig­nifi­ca inevitabil­mente inter­venire anche sul­la fisi­olo­gia, per­ché mente e cor­po sono stret­ta­mente inter­con­nes­si”.

L’interesse, però, non riguar­da solo i ben­efi­ci, ma anche i rischi legati al crack­er­ag­gio del­la biolo­gia. Le ques­tioni bioetiche emer­gono in par­ti­co­lare rispet­to a tec­nolo­gie come Neu­ralink o agli esper­i­men­ti di gene edit­ing con Crispr con­dot­ti da pio­nieri come Josi­ah Zayn­er. 

La pre­oc­cu­pazione per gli effet­ti di un rap­por­to dis­tor­to tra tec­nolo­gia e cor­po umano era già sta­ta soll­e­va­ta da Mark O’Connell nel libro Essere una macchi­na, un viag­gio tra i sosten­i­tori del tran­sumanes­i­mo, e viene ripresa da autori come Jean Bau­drillard, che in La scom­parsa del­la realtà mette in guardia dal ris­chio che le prote­si tec­no­logiche, invece di poten­ziare l’essere umano, ne acceleri­no la dis­soluzione. 

La doman­da cen­trale diven­ta quin­di: quan­do sti­amo davvero hackeran­do e quan­do, invece, crackeran­do il nos­tro organ­is­mo? E, soprat­tut­to, chi dovrebbe avere la respon­s­abil­ità di sta­bilire regole e lim­i­ti?

Hacking o cracking? Una distinzione necessaria

Odel­li sug­gerisce una dif­feren­za net­ta tra i due con­cetti: l’hack­ing con­siste nell’esplorare, testare e oltrepas­sare dei lim­i­ti con lo scopo di com­pren­dere meglio un sis­tema e accrescerne la con­sapev­olez­za. Il crack­ing, invece, com­por­ta l’intervento diret­to sul sis­tema stes­so, con l’obiettivo di alter­ar­lo per ottenere un ben­efi­cio imme­di­a­to.

Da qui nasce il par­al­le­lo tra bio­hack­ing e un ipoteti­co bioc­rack­ing. Quest’ultimo ter­mine non esiste in sen­so for­male, ma rende bene l’idea: manipo­lare il DNA con kit casal­inghi Crispr è crack­ing. Fare uso di deter­mi­nate droghe o abusare di nootropi può essere con­sid­er­a­to crack­ing. La dif­feren­za, sot­to­lin­ea Odel­li, sta nelle inten­zioni: da un lato c’è la ricer­ca di con­sapev­olez­za e di trasfor­mazioni nat­u­rali, dall’altro la spin­ta ver­so cam­bi­a­men­ti rapi­di e inter­ven­ti non con­trol­lati.

La sfi­da che ci attende è definire nuovi pro­to­col­li che regoli­no queste pratiche, las­cian­do comunque spazio a quel mar­gine di mis­tero che mantiene l’equilibrio tra la conoscen­za razionale e la dimen­sione incon­scia. Ad oggi, la coscien­za rimane il grande enig­ma del­la con­dizione umana: forse con­viene che con­tinui ad esser­lo.

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Imprenditore digitale

Stefano Picchio

Tutto è iniziato nel 2013, momento in cui mi sono interessato al mondo dell'online.
In quegli anni facendo piccoli investimenti di natura finanziaria. Successivamente ho scoperto altri settori di investimento fino a conoscere ed appassionarmi di imprenditoria e digital marketing.
Ora ho uno smart-team di 11 collaboratori sparsi in giro per il mondo con i quali gestisco le mie 3 aziende.

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